L'Amministrazione di Sostegno

 

L’AMMINISTRAZIONE DI SOSTEGNO *

 

Le riforme che si sono susseguite dal 1942 ad oggi in materia di diritto di famiglia e della persona sono state tutte epocali in quanto, anche se con ritardo, hanno rappresentato dei mutamenti e delle tappe fondamentali per la società moderna.

 

Questi mutamenti sociali e legislativi hanno influito in modo rilevante sulla famiglia e sulla gestione di situazioni che vedono limitazioni più o meno rilevanti della capacità di autodeterminazione dei soggetti deboli.

 

Pensiamo a malattie psichiche, dipendenze (alcolismo, droga, etc. etc.), degrado dovuto all’età avanzata, che possono colpire i nostri familiari.

 

Prima della Legge n.180 del 13.5.1978 “Accertamenti e trattamenti sanitari volontari e obbligatori”, che ha disposto l’abolizione ufficiale dei manicomi, l’infermo di mente spesso era protetto dal suo nucleo familiare, a volte addirittura nascosto al mondo esterno.

 

Questo atteggiamento era tanto più possibile e realizzabile se chi doveva pagare il “prezzo della follia” si trovava a far parte di una famiglia benestante, socialmente e culturalmente elevata; altrimenti il “matto” veniva rinchiuso all’interno di un manicomio, se la famiglia non era in grado di gestirlo.

 

Sin dai primi anni ‘80 ci si cominciava a preoccupare su come l’essere umano, in condizione di disagio, diventava presto vittima di aggressioni ingiuste, dolose o colpose, non necessariamente dirette contro l’integrità fisica della vittima e destinate a produrre prima o poi, come risultato, l’insorgere nel destinatario di malesseri più o meno gravi di carattere psichico.

 

Era necessario trovare un nesso tra disturbo psichico e incapacità legale e i ventennali scambi di opinioni tra famiglie di malati di mente, psichiatri, infermieri dei servizi sociosanitari, disabili, cooperative e giuristi hanno portato alla stesura di questa legge che ha scardinato le misure di salvaguardia previste dall’antico codice civile del 1942.

 

L’avvento di questa piccola / grande novella che ha istituito la figura dell’Amministratore di Sostegno (L. 9.1.2004 n.6) secondo uno dei suoi “padri” fondatori Paolo Cendon si deve proprio alla ricchezza di tanti incontri contagiosi ed illuminanti con i malati di mente e con le loro famiglie sia all'interno che all'esterno dei centri di salute mentale.

 

Il cammino quindi è stato lungo, sofferto, doloroso ed articolato, ma oggi è scomparsa finalmente la visione di una umanità spezzata in due tronconi netti, i capaci da una parte e gli incapaci dall'altra, i sani di qua e i “matti” di là.

 

Sosteneva il prof. Basaglia, ideatore della riforma che chiuse i manicomi: “Non è importante tanto il fatto che in futuro ci siano o meno manicomi e cliniche chiuse, è importante che noi adesso abbiamo provato che si può fare diversamente, ora sappiamo che c'è un'altro modo di affrontare la questione, anche senza la costrizione”.

 

La legge 180 è stata la prima e unica legge che ha imposto la chiusura dei manicomi e regolamentato il Trattamento Sanitario Obbligatorio, istituendo i servizi di Igiene Mentale pubblici.

 

Detta normativa voleva anche essere l'impostazione clinica dell'assistenza psichiatrica, nell'ottica di instaurare rapporti umani rinnovati con il personale e la società, riconoscendo in pieno i diritti e le necessità di una vita di qualità dei pazienti, seguiti e curati anche da strutture territoriali.

 

Si è trattato dunque di un lungo percorso finalizzato alla tutela dei soggetti deboli perché incapaci in varia misura a gestirsi.

 

Nell'ambito dei soggetti di diritto affetti da una patologia rimangono comunque ancora vari problemi.

 

La nascita e la morte che scandiscono l'inizio e la fine della nostra vita terrena rappresentano i due momenti salienti della vita giuridica di ciascuno di noi.

 

Con la nascita - ma anche prima - si acquista la capacità giuridica (art. 1 c.c.), cioè la possibilità di essere titolari di diritti, con la morte si apre la successione (art. 456 c.c.), cioè si determina l'attribuzione ad altri soggetti dei diritti di natura patrimoniale che facevano capo al defunto.

 

La capacità di agire (art. 2 c.c.) si acquisisce al compimento della maggiore età e consente di compiere atti giuridici validi: costituire, modificare o estinguere qualsiasi rapporto giuridico.

 

Il legislatore si preoccupa che il soggetto abbia una certa maturità per poter adeguatamente gestire le attività, ed anche il proprio patrimonio, ed è per questo che fissa nel compimento del 18° anno di età il momento dell'acquisto della capacità di agire (art. 2 c.c.), cioè il potere non solo di essere titolare di diritti ma anche di poterli esercitare.

 

Fino a quel momento altri soggetti, generalmente i genitori, eserciteranno la loro tutela nei confronti del minore e quindi gestiranno anche il patrimonio nel suo interesse (artt. 343 e seg. c.c.) sotto la vigilanza anche del Giudice Tutelare (art. 344 c.c.) per quegli atti che più di altri incidono sulla sua consistenza.

 

La tutela del minore è tale che questi atti, se posti in essere da lui personalmente, saranno improduttivi di effetti.

 

La stessa disciplina, secondo modalità differenti, è riservata anche a soggetti che, benché capaci di agire, non abbiano pienamente o anche solo occasionalmente la piena padronanza delle proprie facoltà mentali.

 

Prima di affrontare lo specifico tema dell’istituto dell’amministrazione di sostegno è necessario fare un rapido accenno sia all’interdizione che all’inabilitazione (artt. 414 e 415 c.c.). Secondo il primo istituto il soggetto, per esempio il malato di mente, con una patologia grave e conclamata, viene dichiarato tale con una sentenza del giudice; in tale provvedimento verrà disposto che il soggetto si trova in una situazione di “abituale infermità di mente” che lo rende totalmente incapace di provvedere ai propri interessi; il giudice pertanto provvederà a nominargli un tutore che si sostituisce completamente nell'attività giuridica dell'interdetto.

 

L'inabilitazione invece (art. 415 c.c.) colpisce le persone che hanno una infermità mentale non grave ma potrebbero con il loro comportamento pregiudicare il patrimonio familiare (per esempio il caso dell'eccessiva prodigalità o un lieve deficit psichico oppure una assoluta impossibilità di movimento), in tal caso viene nominato un curatore che affianca il soggetto deficitario negli atti di straordinaria amministrazione.

 

L’avvento dello strumento della amministrazione di sostegno ha fortemente ridimensionato il ricorso all’interdizione e soprattutto alla inabilitazione le cui norme, pur non essendo state formalmente abrogate, sono del tutto inutilizzate.

 

Ancora diversa è la situazione dell'incapace naturale (art. 428 c.c.), cioè dell'incapace di intendere e di volere momentaneamente. Ad esempio, il soggetto che sia stato inconsapevolmente drogato, i cui atti sono annullabili. Si tratta di una situazione in cui si va a verificare in concreto se il soggetto in quel momento era in grado di valutare l'atto compiuto e le sue conseguenze giuridiche.

 

Ad esempio, nel caso del matrimonio, del testamento o della donazione, basta provare l'incapacità di intendere e di volere; nel caso dei contratti si dovrà dimostrare che l'altra parte si è approfittata dell'evidente stato di momentanea inconsapevolezza sulle conseguenze giuridiche dell'atto che si sta per compiere.

 

Quindi in sintesi la tutela si giustifica per l'oggettiva “debolezza” del minore, dell'interdetto, dell'inabilitato, dell'incapace naturale e quindi per il prevedibile danno al loro patrimonio che potrebbe determinarsi in ragione della loro attività.

 

Riassumendo: l'interdizione giudiziale si ha in caso di grave abituale infermità di mente; l'amministrazione di sostegno in caso di menomazione fisica o psichica anche parziale o temporanea; l'inabilitazione si ha in caso di non grave infermità di mente o di abuso di bevande alcoliche o stupefacenti (art. 415 c.c.) l’incapacità naturale (art. 428 c.c.), quando il soggetto non è incapace legale (interdetto, inabilitato o minore), ma non è momentaneamente in grado di intendere e di volere.

 

Ma veniamo alla trattazione della misura di protezione costituita dalla amministrazione di sostegno.

 

Il titolo XII del libro primo del codice civile è intitolato proprio “Delle misure di protezione delle persone prive in tutto o in parte di autonomia”.

 

Il legislatore ha previsto una serie di misure graduate a seconda della gravità della situazione in cui versa la persona fisica.

 

La filosofia di questa legge è opposta a quella dell’interdizione in quanto l’incapacità non è più a 360° ma riguarda solo gli atti specificatamente menzionati nel decreto.

 

L’infermo può attivare lui stesso la procedura, nominare un proprio consulente, esigere un rendiconto periodico, pretendere in ogni momento la modifica o la revoca del provvedimento.

 

Il prof. Cendon aveva pensato e ideato questa legge, prevedendo una snellezza procedurale, a volte senza la presenza degli avvocati.

 

L’amministratore di sostegno dovrà operare per la migliore felicità del paziente agendo “con la diligenza del buon padre di famiglia”.

 

Inutile dire che il prof. Cendon prevedeva, anzi auspicava, uno sforzo organizzativo dello Stato per potenziare gli uffici giudiziari, assistenti sociali capillari, scuole di formazione, tecnologia e informatica a piene mani ma purtroppo forse non aveva fatto i conti con le note difficoltà finanziarie del nostro Stato, delle sempre limitate risorse per i servizi socio assistenziali e dell’aumento esponenziale del disagio delle persone. Oggi infatti sono numerosissime le richieste di apertura di amministrazioni di sostegno.

 

La finalità propria dell’amministrazione di sostegno è dunque quella di proteggere senza interdire, disattivare le rigidità residue, preferire un regime di sostegno ed, invece di procedere con l’interdizione, valutare caso per caso le condizioni psico-fisiche della persona maggiore di età, o minore emancipata, in considerazione dell’adeguatezza della misura, sempre tenendo ben presente l’esigenza primaria di tutela della persona.

 

Si passa cioè dalla rigidità della interdizione nella quale il soggetto sostanzialmente spariva giuridicamente, in quanto il tutore si sostituiva in ogni aspetto della vita quotidiana, ad una flessibilità dell’amministrazione di sostegno che invece è modulabile secondo le esigenze del beneficiario. Il giudice potrà stabilire i compiti dell’amministratore lasciando intatte le facoltà che non vengono delegate.

 

Si tratta di un passo molto importante in quanto anche psicologicamente il soggetto non si sente una inutilità ma una persona come le altre.

 

Uno scritto molto interessante pubblicato nel 2006 dal prof. Santosuosso, Presidente del Centro di Ricerca Interdipartimentale dell’Università di Pavia ed insegnante di Diritto e Scienza delle nuove tecnologie, affronta il tema dell’origine del termine “cura” e propone al lettore la distinzione operata dal filosofo tedesco Martin Heidegger “prendersi cura” ed “avere cura”.

 

La prima appartiene all’esistenza inautentica e consiste nel prendere il posto dell’altro nella cura di sé, la seconda invece appartiene all’esistenza autentica ed è la relazione con l’altro, che lo determina e lo porta a prendere cura di se stesso.

 

Nella normativa sull’amministrazione di sostegno scompare il termine di potere e si parla di “atti di cura” o di “fini di cura della persona”.

 

Il legislatore del 2004 parla di bisogni e richieste del beneficiario (art. 407, 2 comma, c.c.) e impone di informarlo sugli atti da compiere (art. 410, 1 comma, c.c.) con riguardo alla cura della persona in senso stretto, si tratta infatti di scelte di vita importanti che possono cambiare il destino delle persone amministrate.

 

Le scelte di cura non possono considerarsi atti personalissimi in senso vero e proprio. Il significato tecnico di “atto personalissimo” è quello di un atto che non può essere compiuto da altri se non dal diretto interessato.

 

In diritto, la natura personalissima dell’atto nega la possibilità di attribuire il potere di compierlo ad un rappresentante. Tali divieti sono normativamente sanciti con esclusivo riferimento ad atti giuridici quali il matrimonio (art. 85 c.c.), il testamento (art. 591 c.c.), la donazione (774 c.c.) definiti pertanto “atti personalissimi”.

 

La giurisprudenza ormai è chiara ed ha affermato che nel potere di cura del tutore non può non ritenersi compreso il diritto - dovere di esprimere il consenso informato alle terapie mediche e che la cura della persona implica la tutela della salute intesa non solo come integrità psico-fisica ma anche come diritto di farsi curare o di rifiutare la cura. Al tutore può dunque essere riconosciuto tanto il potere di esprimere il consenso informato quanto le correlate facoltà di scegliere tra le diverse possibilità di trattamento medico e di rifiutare o interrompere la cura.

 

I più recenti orientamenti giurisprudenziali in materia di poteri di cura del tutore hanno, sostanzialmente equiparato la figura del tutore a quella dell’amministratore di sostegno anche se quest’ultimo, se non a ciò già delegato, prima di esprimere il consenso informato dovrà richiedere al Giudice Tutelare che emetterà, se del caso, l’autorizzazione al compimento di specifici atti di cura.

 

Il medico quindi può, anzi deve poter interloquire per quanto concerne le scelte di cura, tanto con i tutori degli interdetti, quanto con gli amministratori di sostegno.

 

La sovrapposizione di queste due figure rischia di svalutare la modernità della amministrazione di sostegno ed è per questo che sono sempre più pressanti le istanze dei giuristi per l’abrogazione dell’istituto dell’interdizione.

 

L’amministratore di sostegno deve, ove possibile, informare sempre il beneficiario sostenendolo nel formarsi un determinato convincimento, se però la disabilità è tale che determina la totale impossibilità di autodeterminarsi allora le scelte di cura, non potendo essere orientate dalla volontà del beneficiario, saranno indirizzate dai principi generali che tutelano il diritto alla vita e il divieto di sperimentazioni cliniche che non presentino un beneficio reale e diretto per la salute dell’interessato con un grado minimo di rischio.

 

Nel settore delle cure sanitarie il rispetto della volontà dell’individuo assume rilievo in ossequio al principio costituzionalmente sancito per cui nessuno può essere sottoposto a trattamento sanitario contro la sua volontà (art. 32 cost., art. 34 codice deontologico medico) e tale principio non può subire deroghe sul mero presupposto che ci si trovi di fronte ad un individuo disabile.

 

La deroga può avere la sua unica ragione d’essere, secondo quanto disposto dalla Convenzione di Oviedo del 4.4.1997 (Convenzione del Consiglio d’Europa per la protezione dei diritti dell’uomo e della biologia e della medicina), nell’accertata assenza della capacità di discernimento e allo scopo di proteggere i soggetti deboli da possibili abusi o sperimentazioni incontrollate.

 

In assenza di espresse previsioni normative che disciplinano la valenza delle direttive anzidette, oggi il giudice tutelare non può esimersi dall’interpretare la previsione dell’art. 408 c.c., che consente di designare l’amministratore di sostegno mediante dichiarazione resa in atto pubblico o scrittura privata autenticate, come un possibile strumento di veicolazione di direttive anticipate che già oggi la persona capace può predisporre con riguardo alle scelte di cura della propria persona per il tempo in cui forse non sarà più in grado di manifestare coscientemente la propria volontà.

 

Gli atti di cura autorizzati dal giudice tutelare saranno adeguatamente e validamente supportati dalla volontà a suo tempo espressa dal beneficiario e rappresenteranno concreta applicazione della legge di proseguire gli interessi di cura del beneficiario nel rispetto dei suoi bisogni e delle sue aspirazioni.

 

Da quanto fin qui sommariamente indicato emerge la complessità delle vicende umane e la difficoltà per chi opera nel settore di porre in essere scelte anche delicate per conto di un soggetto debole e bisognoso.

 

L'istituto dell'amministrazione di sostegno ha trovato infatti le più diverse applicazioni anche al di fuori del suo ordinario campo di azione.

 

Infatti per la prima volta in Italia il Tribunale di Modena il 5.11.2008 ha emesso un decreto di nomina di amministratore di sostegno in favore di una persona, qualora quest’ultima si fosse trovata in uno stato d’incapacità di intendere e di volere, per far valere le proprie determinazioni sulle cure mediche alle quali volersi sottoporre.

 

In tal senso l’amministratore di sostegno era delegato ad esprimere i consensi necessari ai trattamenti medici.

 

Si tratta di ottenere gli stessi effetti giuridici del c.d. testamento biologico in attesa di un intervento legislativo in tal senso.

 

Come vedete, il tema è veramente affascinante e coinvolge larghe sfere delle nostre competenze e tanti argomenti legati alla vita e al suo significato, spero dunque che presto potremo insieme approfondire queste brevi mie riflessioni con la trattazione ed illustrazione dei tanti casi pratici di cui mi sono occupata in questi anni.

 

Avv. Francesca Paulucci Baroukh

     

*Appunti per la lezione svolta a medici psichiatri e operatori sanitari nella ex struttura manicomiale Santa Maria della Pietà in Roma il 27.3.2013

 

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