Nullità del Matrimonio Canonico

 

L’indissolubilità del Matrimonio: quali confini?

 

Quando si parla di nullità del matrimonio, entrano in gioco diverse implicazioni, sia per chi deve espletare il mandato conferitogli che per chi decide di affidarsi ad un avvocato rotale. Vi sono influssi, oltre che di natura puramente giuridica, anche e soprattutto di carattere teologico, pastorale, morale e sociale.

 

Il processo canonico per la dichiarazione di nullità del matrimonio (erroneamente detto “annullamento”) è un processo peculiare per le finalità che persegue: la ricerca della verità e la salus animarum, il bene delle anime quae in Ecclesia semper suprema lex esse debet.

 

Ciò fa sì che l’Avvocato, come tutte le parti del processo, si ponga fuori dalla stretta logica del contenzioso, assumendo oltre alla veste del garante del diritto alla difesa, anche quella del consulente giuridico in senso ampio, chiamato ad aiutare il cliente, ovviamente cattolico, a individuare le motivazioni e le prove che possano condurre l’indagine a discernere la verità oggettiva, senza limitarsi a una verità legale. Si tratta di collaborazione circolare (fra giudice, avvocati, parti, promotore di giustizia e difensore del vincolo), anziché di scontro frontale.

 

Nel trattare il diritto di famiglia e nell’affrontare le situazioni di disagio e di fallimento coniugale, credo sia doveroso offrire a chi ha contratto un matrimonio concordatario, ad effetti quindi sia civili che religiosi, la possibilità di affrontare - oltre alla separazione civile e al semplice porre fine ad un legame per il venir meno dell’affectio coniugalis (che è quello a cui si limita il divorzio) - un’indagine più profonda che coinvolga l’origine stessa del rapporto. E ciò anche in considerazione dell’aumento – secondo i dati dell’ISTAT – dei fallimenti di matrimoni concordatari; aumento che si registra nonostante la maggiore apertura della società verso le convivenze di fatto e nonostante l’aumento dei matrimoni celebrati soltanto civilmente spesso perché seconde nozze, successive a un divorzio.

 

In una materia così delicata, la consulenza giuridica deve essere prestata più che mai “con competenza e prudenza, e – riportando testualmente il Decreto Generale sul Matrimonio Canonico della Conferenza Episcopale Italiana, 1990 – con la cura di evitare sbrigative conclusioni che potrebbero generare dannose illusioni o impedire una chiarificazione preziosa per l’accertamento della libertà di stato e per la pace della coscienza”.

 

Per poter comprendere il concetto di nullità, occorre preliminarmente definire il matrimonio canonico -   che è sacramento - come patto, come contratto matrimoniale vero e proprio, come contratto consensuale che si perfeziona cioè con lo scambio dei consensi, con l’incontro delle volontà delle parti.

 

Oltre alla volontà piena e libera degli sposi, requisiti essenziali per la validità del matrimonio sono la capacitas (il consenso deve essere prestato da soggetti capaci, abilitati ad esprimerlo validamente e, quindi, in assenza di impedimenti) e la forma canonica (il consenso deve manifestarsi nella forma prescritta per la celebrazione).

 

Se tutti questi requisiti sono presenti, l’atto è valido e produttivo di effetti giuridici, il consenso prestato è irrevocabile, il matrimonio-sacramento è indissolubile. L’indissolubilità, dunque, consiste nel divieto di sciogliere un matrimonio validamente contratto e consumato.

 

Se invece il matrimonio, anche se consumato, non è stato contratto validamente perché manchi uno soltanto dei suoi requisiti essenziali, l’atto è apparentemente valido, ma può essere travolto e posto nel nulla fin dall’origine da una sentenza del Tribunale Ecclesiastico che addivenga alla dichiarazione di nullità.

 

Una volta chiarito che è il consenso delle parti a porre in essere il matrimonio, per poter individuare i motivi di nullità occorre riflettere su tre concetti fondamentali: libertà,   volontà,   capacità.

 

A mio avviso, i motivi di nullità forse più preoccupanti sotto un profilo sociale, oltre che pastorale, sono i difetti volontari del consenso. Si tratta delle simulazioni o esclusioni, del matrimonio stesso o di un suo elemento o proprietà essenziale.

 

Una o entrambe le parti possono escludere volutamente il matrimonio in se stesso considerato e celebrare il matrimonio solo esteriormente per il raggiungimento di altri fini quali, ad esempio, ottenere la cittadinanza o una eredità o la legittimazione della prole, senza voler costituire un vero consortium totius vitae.

 

Più spesso può verificarsi il caso in cui il consenso è simulato per esclusione, con atto positivo di volontà, di un elemento costitutivo o di una proprietà essenziale del matrimonio. In questa ipotesi, il contraente non esclude del tutto il matrimonio, ma solo alcuni suoi aspetti.

 

Si può avere così un matrimonio invalido per:

  •   Esclusione dell’unità e della reciproca fedeltà (è il caso del “mi sposo, ma se capita un’avventura, ben venga);
  • Esclusione della stessa indissolubilità del matrimonio, la più frequente, attesa la diffusa mentalità divorzista (è l’ipotesi di chi contrae un matrimonio “a prova”, ad experimentum: “proviamo, se non funziona c’è sempre il divorzio…”);

  • Esclusione della prole: il non volere avere figli. La volontà di contrarre un matrimonio non fecondo contraddice il presupposto del matrimonio che è anche finalizzato alla procreazione e all’educazione dei figli.

    In tutti questi casi, è chiaro che la volontà di escludere deve essere preesistente o deve essere ricondotta al momento della manifestazione del consenso, atto genetico del matrimonio e non deve essere conseguenza del graduale sfaldarsi del matrimonio.

    Pertanto, la verifica dell’avvocato/consulente deve avere un preciso punto prospettico: quello del momento genetico della celebrazione del matrimonio e deve ovviamente reggersi sul presupposto della massima sincerità da parte dell’interessato. Sincerità che deve essere ricercata e rispettatadall’avvocato.

    Fine unico, infatti, del procedimento di nullità deve essere un giudizio conforme alla Verità e al diritto ad essa corrispondente.

                                                                                                                                       Avv. Bianca Maria Terracciano

   

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