Erroneità del presupposto interpretativo e tecniche decisorie della Corte costituzionale, a margine di una pronuncia in tema di fine vita e amministrazione di sostegno

Il presente contributo è a firma di Camilla Storace ed è pubblicato in Giurisprudenza Costituzionale, n.3/2019,1643 ss.

 

 

 

Erroneità del presupposto interpretativo e tecniche decisorie della Corte costituzionale, a margine di una pronuncia in tema di fine vita e amministrazione di sostegno

1. Con la sentenza n. 144 del 2019 la Corte costituzionale ha dichiarato l’infondatezza della questione di legittimità del terzo e quarto comma dell’art. 3 della legge n. 219 del 22 dicembre 2017 ritenendo – per motivi che approfondiremo brevemente più avanti – che fosse erroneo il presupposto interpretativo dal quale muoveva il giudice a quo, vale a dire quello secondo cui l’amministratore di sostegno affidatario di rappresentanza esclusiva in àmbito sanitario abbia sempre e comunque, in assenza di disposizioni anticipate di trattamento, il potere di rifiutare i trattamenti sanitari necessari alla sopravvivenza del beneficiario, senza alcun possibile intervento da parte del giudice tutelare. Nonostante la decisione risulti di particolare rilievo sotto numerosi aspetti[1], il profilo sul quale desideriamo concentrarci nel presente commento è proprio quello attinente all’asserita erroneità del presupposto interpretativo, sul quale la Corte costituzionale si sofferma nel § 5 del Considerato in diritto e che costituisce, in qualche modo, il “cuore” della pronuncia. Tale aspetto, inoltre, ci pare rivestire un particolare interesse anche perché consente di compiere delle considerazioni che abbracciano, intrecciandosi, elementi sia di carattere processuale che attinenti al merito.

2. Va innanzitutto ricordato come la giurisprudenza costituzionale in materia di erroneo presupposto interpretativo – che costituisce una species del variegato genus delle decisioni interpretative – mostra continue oscillazioni. La Corte, infatti, in alcuni casi ha fatto ricorso a pronunce di inammissibilità interpretativa[2], in altri ha adottato decisioni di infondatezza, semplice[3] o manifesta[4], in altri ancora sentenze interpretative di rigetto[5].

È chiaro come, a fronte di un così articolato (e sovente contraddittorio) panorama giurisprudenziale in materia di erroneo presupposto interpretativo, la dottrina abbia proposto diverse classificazioni delle varie tipologie decisorie, dovendo spesso scontrarsi anche con alcune problematiche date, ad esempio, dall’utilizzo non sempre convincente che il Giudice delle leggi ha fatto della distinzione teorica tra “erroneo presupposto interpretativo” e possibilità di pervenire a un esito conforme a Costituzione[6]. Di conseguenza, anche le elaborazioni dottrinali hanno talvolta finito, loro malgrado, per “ingarbugliare” ancora di più il quadro, proponendo distinzioni spesso molto sottili – come quella tra “sentenza interpretativa di rigetto” e “sentenza di rigetto interpretativa”[7], ovvero tra sentenze interpretative «correttive» e sentenze interpretative «adeguatrici»[8] – che hanno dunque suscitato talune perplessità in dottrina[9].

3. Ora, per quanto riguarda la decisione in esame, occorre innanzitutto osservare come l’erroneità del presupposto interpretativo abbia dato esito – lo si è già ricordato – ad una declaratoria d’infondatezza, anziché (com’è avvenuto in altre occasioni analoghe) ad una pronuncia d’inammissibilità.

Ebbene, se, ad esempio, si volesse applicare al caso di specie la distinzione tra le sentenze interpretative adeguatrici e quelle correttive, la sent. n. 144 del 2019 dovrebbe probabilmente inserirsi nella seconda categoria in quanto, da un lato, il riferimento all’“erroneo presupposto interpretativo” e, dall’altro, l’assenza, nel dispositivo, della formula «nei sensi di cui in motivazione»[10] dovrebbero portare a concludere che la decisione scaturisca dal rilievo dell’implausibilità dell’interpretazione proposta dal giudice a quo, più che dall’esclusione di un semplice contrasto tra la norma impugnata e la Costituzione della Repubblica.

Tale conclusione, tuttavia, non lascia pienamente convinti per diverse ragioni che ci accingiamo ad illustrare brevemente.

4. In primo luogo occorre osservare come – nonostante il fatto che, sul piano teorico, la distinzione tra interpretazioni “adeguatrici” e interpretazioni “correttive” sia abbastanza netta – in concreto i contorni delle due categorie appaiano piuttosto sfumati[11]. In effetti, se è vero che, almeno in linea di principio – senza considerare dunque, per il momento, la confusione concettuale che talvolta la Corte sembra fare tra interpretazione (semplicemente) “erronea” e interpretazione “incostituzionale” – l’erroneità del presupposto interpretativo dovrebbe essere fondata solo sullo scorretto utilizzo degli ordinari criteri logico-sistematici di interpretazione della legge, è vero pure che la “correzione” di quel presupposto è comunque «calata nel contesto del giudizio incidentale di costituzionalità»[12]. La ricostruzione, operata dalla Corte, del significato corretto della disposizione risulta, insomma, sempre, in qualche modo, «finalizzata al sindacato di costituzionalità e non a semplice intento nomofilattico»[13]. Di conseguenza, non solo «non si può dire sempre e a priori» che tale ricostruzione sia «scissa da valutazioni di costituzionalità»[14], ma anzi, com’è stato opportunamente osservato[15], essa costituisce anche, il più delle volte, l’opzione ermeneutica che risolve positivamente il dubbio di legittimità costituzionale sollevato nell’ordinanza di rimessione[16], venendo così a configurarsi come interpretazione sia “correttiva” che “adeguatrice”[17].

Ad ulteriore conferma della difficoltà di tracciare una linea di demarcazione ben definita tra le “interpretative adeguatrici” e quelle “correttive” è stato, inoltre, osservato come, a ben vedere, anche «il ricorso alle norme costituzionali rientr[i] nell’ambito della comune interpretazione sistematica della legge ordinaria»[18]. Se si ammette, infatti, che il significato della disposizione normativa risulti anche dal «coordinamento funzionale della norma in cui l’espressione è contenuta con ogni altra norma atta ad illustrarne il contenuto»[19], non si può certamente negare che «la Costituzione, dato il suo carattere normativo, [sia] non solo metro di validità delle leggi ordinarie, ma anche strumento ermeneutico»[20].

Volendo dare un seguito alle considerazioni appena compiute si dovrebbero, allora, considerare indistintamente come interpretative tutte le decisioni la cui portata non possa essere «compiutamente colta se non mettendo a raffronto [...] il ben diverso significato rispettivamente attribuito alla norma impugnata dal giudice a quo e dalla Corte stessa»[21]. Di conseguenza, tutte le decisioni di rigetto in qualche modo riconducibili alla categoria delle “interpretative” dovrebbero, a rigore, avere il medesimo dispositivo.

Nella giurisprudenza costituzionale, tuttavia, la Corte, quando rileva l’erroneità del presupposto interpretativo, ricorre solo in alcuni casi ad una pronuncia interpretativa “classica”, cioè caratterizzata dall’inserimento, nel dispositivo, della tipica formula «nei sensi di cui in motivazione»[22]. Si tratta, per di più, di ipotesi del tutto residuali in quanto, benché condivisibili «esigenze di segnaletica giurisprudenziale»[23] suggerirebbero che il carattere interpretativo sia sempre indicato anche nel dispositivo[24], generalmente la soluzione preferita dalla Corte è proprio quella – adottata anche nel caso di specie – del rigetto “secco”[25].

Fatte queste premesse, occorre altresì osservare che, se è vero, come abbiamo appena cercato di dimostrare, che la linea di demarcazione tra le diverse tipologie di “erronee interpretazioni” è, empiricamente, assai labile, è vero pure che la Corte costituzionale ha voluto implicitamente far propria in numerose decisioni – ivi compresa quella qui in commento – la distinzione tra interpretazioni fondate su di un presupposto erroneo «alla stregua dei normali criteri logico sistematici che guidano l’interpretazione della legge ordinaria»[26] e interpretazioni incostituzionali. Ne consegue che, almeno finché il Giudice delle leggi non deciderà di superarla, a tale distinzione occorre necessariamente dare un seguito processuale anche sul piano delle tecniche decisorie. Il che ci porta, fatalmente, a porci una fondamentale domanda, tutt’altro che sconosciuta alla dottrina: è davvero opportuno che l’accertamento della sussistenza di un «erroneo presupposto interpretativo» dia luogo ad una pronuncia d’infondatezza – pur se di natura interpretativa – e non, invece, ad una decisione d’inammissibilità?

5. Sul punto appena evocato va detto che anche sotto questo profilo l’atteggiamento della Corte è ondivago, dal momento che – come peraltro si è già ricordato – in giurisprudenza possiamo trovare sia decisioni d’inammissibilità che decisioni d’infondatezza (sia semplice che manifesta).

L’orientamento giurisprudenziale in base al quale la Corte adotta pronunce di infondatezza nei casi di erroneità del presupposto interpretativo si presta però ad una critica. A parere di chi scrive, infatti, nelle ipotesi di erroneo presupposto interpretativo la Corte non dovrebbe entrare nel merito della questione poiché – tecnicamente – quest’ultima sarebbe sollevata con riferimento ad una norma che in realtà non esiste[27]. Volendosi, infatti, muovere dall’assunto che il semplice erroneo presupposto interpretativo sia qualcosa di diverso da un’interpretazione incostituzionale, si dovrebbe allora ritenere, a fortiori, che il primo si distingua dalla seconda in quanto (solo) con esso si realizza una scorretta individuazione dell’oggetto della questione di costituzionalità, la quale si rifletterebbe, dunque, inevitabilmente, sul requisito della rilevanza, facendolo venire meno[28].

Quanto appena affermato, vale, ovviamente, anche con riferimento alla consolidata prassi giurisprudenziale dell’impiego di pronunce di manifesta infondatezza nei casi di palese ed evidente erroneità del presupposto interpretativo. Come è noto, infatti, la Corte, tramite tali ordinanze, scende, seppur in modo sommario[29], nel merito della questione[30].

Sotto tale profilo la sentenza in commento costituisce un esempio particolarmente significativo in quanto, a nostro avviso, sarebbe stato preferibile che la Corte, nella fattispecie in esame, avesse adottato una dichiarazione di inammissibilità della questione. Per illustrare le ragioni a sostegno di quanto appena affermato occorre, però, collegare gli aspetti di natura processuale – fin qui sinteticamente analizzati – ai profili che attengono invece più specificamente al merito.

6. Occorre, prima di tutto, osservare che dal percorso argomentativo proposto dalla Corte costituzionale emerge come quest’ultima, pur avendo adottato una decisione di infondatezza, non abbia pienamente affrontato il merito della questione. Sotto il profilo sostanziale, infatti, la Corte, dopo aver provveduto ad una ricostruzione dell’istituto dell’amministrazione di sostegno sul piano normativo e giurisprudenziale, si limita a “correggere” il presupposto interpretativo fatto proprio dal giudice a quo secondo cui «l’amministratore di sostegno, la cui nomina preveda l’assistenza necessaria o la rappresentanza esclusiva in ambito sanitario, in assenza delle disposizioni anticipate di trattamento, possa rifiutare, senza l’autorizzazione del giudice tutelare, le cure necessarie al mantenimento in vita dell’amministrato»[31]. Nella pronuncia ci si limita, dunque, a rilevare che il conferimento della rappresentanza esclusiva in àmbito sanitario non reca con sé, anche e necessariamente, il potere di rifiutare i trattamenti sanitari. Ne consegue che, secondo il Giudice costituzionale, l’esatto significato da attribuire ai commi 4 e 5 dell’art. 3 della l. n. 219/2017, in connessione con la disciplina del codice civile che regola l’amministrazione di sostegno[32], è quello per il quale spetta sempre al giudice tutelare attribuire volta per volta all’amministratore di sostegno i poteri in àmbito sanitario, ivi compreso quello di rifiutare le cc.dd. cure salvavita[33]. In altre parole, le norme censurate – stando alla ricostruzione operata dal Giudice delle leggi – riguardano esclusivamente il caso in cui all’amministratore di sostegno sia stato assegnato dal giudice tutelare anche tale specifico potere. Tale correzione non è seguita però da una esaustiva valutazione circa la (in)compatibilità delle norme censurate con i parametri costituzionali richiamati dal giudice rimettente.

7. Ora, le considerazioni svolte dalla Corte appaiono, nel loro complesso, condivisibili.

I giudici costituzionali hanno ricostruito, in modo a nostro avviso corretto, il significato delle disposizioni collocandole all’interno del contesto legislativo e giurisprudenziale su cui si fonda l’istituto dell’amministrazione di sostegno. A fronte di una disciplina legislativa formulata in modo ambiguo, la Corte ha infatti ribadito che «le modalità di conferimento, all’amministratore di sostegno, e di conseguente esercizio dei poteri in ambito sanitario»[34] restano regolate dagli articoli 404 ss. c.c.

Qualche perplessità, tuttavia, suscita il fatto che, nella motivazione, il Giudice costituzionale sembra aver ignorato il vero nodo problematico della questione, ossia quello che attiene alle modalità di attuazione del diritto all’autodeterminazione della persona incapace[35]. Se è vero, infatti, che il principio del consenso informato – inteso quale sintesi dei fondamentali diritti all’autodeterminazione e alla salute[36] – non recede di fronte allo stato di incapacità del soggetto, occorre allora comprendere come le volontà del beneficiario di amministrazione di sostegno possano essere espresse.

La Corte, insomma, non si pronuncia in merito ai criteri che l’amministratore di sostegno dovrebbe seguire per estrinsecare, in assenza di disposizioni anticipate di trattamento, le volontà dell’interessato. Certo, vero è che alla Corte costituzionale non spettano né la funzione nomofilattica propria della Corte di Cassazione[37] né, tantomeno, quella legislativa. Ma va altresì ricordato come la graduale estensione all’amministratore di sostegno della facoltà di manifestare il consenso informato non sia avvenuta in modo pacifico[38]. Parte della giurisprudenza tutelare si è infatti espressa negando la possibilità di attribuire all’amministratore di sostegno il potere di rilasciare il consenso informato ai trattamenti sanitari[39]. In altri decreti è stata invece messa in dubbio la vincolatività del consenso prestato dall’amministratore di sostegno[40].

Benché la nota sentenza relativa al caso Englaro[41] abbia chiarito molti di questi aspetti[42], un intervento della Corte costituzionale sul punto avrebbe, dunque, ben potuto contribuire a precisare, per il tramite di un’interpretazione costituzionalmente orientata, il raggio d’azione dell’amministratore di sostegno, dell’autorità giudiziaria e del personale medico.

Si noti, a tal riguardo, come, nel silenzio della l. n. 219 del 2017, non solo non appaia del tutto chiaro se spetti al giudice tutelare ovvero all’amministratore di sostegno il delicato compito di ricostruire le determinazioni ed i desideri della persona incapace, ma neppure vengono forniti elementi utili a comprendere se ed in che modo debba essere preso in considerazione dall’amministratore di sostegno e, successivamente, dal giudice in sede di autorizzazione al rifiuto delle cure, il dato dell’irreversibilità della patologia del paziente.

La Corte costituzionale, insomma, pur essendo giunta a lambire il merito della questione, non ha lasciato emergere con chiarezza i suoi orientamenti sul punto, lasciando così aperta la strada – nel silenzio del legislatore – ad un’applicazione della normativa impugnata che potrebbe rivelarsi non pienamente conforme ai principî costituzionali. La sentenza in commento avrebbe infatti potuto rappresentare un’occasione per recepire e sviluppare il ragionamento seguito dalla giurisprudenza di legittimità nella sentenza Englaro, chiarendo come la previa ricostruzione da parte dell’amministratore di sostegno della volontà del paziente, da un lato, e la verifica da parte del giudice dell’attendibilità di tale ricostruzione, dall’altro, costituiscano condizioni necessarie affinché la normativa de qua sia applicata in modo conforme ai parametri costituzionali evocati e dunque al principio del consenso informato e al diritto all’autodeterminazione.

8. Terminato il nostro breve excursus relativo al merito della questione e tornando, dunque, alla scelta della tipologia decisoria, può osservarsi, in conclusione, come l’impiego di una decisione di infondatezza se, da un lato, suscita – come s’è detto – qualche perplessità, dall’altro conferma la pregressa giurisprudenza in materia di erroneità del presupposto interpretativo, stante il fatto che, benché vi sia un filone giurisprudenziale nel quale al rilievo di un erroneo presupposto interpretativo si fa conseguire una pronuncia d’inammissibilità, le decisioni appartenenti ad esso costituiscono senz’altro una minoranza. Negli ultimi anni infatti la Corte ha quasi sempre adottato ordinanze di manifesta infondatezza in caso di palese erroneità del presupposto interpretativo e sentenze di rigetto quando invece l’interpretazione data dal giudice a quo non risultava macroscopicamente scorretta[43].

Tuttavia, chi scrive resta convinta – per le ragioni poc’anzi esposte – che l’impiego di una decisione di infondatezza renderebbe ragionevole ed opportuna, oltre alla correzione del presupposto interpretativo, anche la discesa nel merito della questione attraverso la valutazione della legittimità costituzionale della norma così corretta. Diversamente, il ricorso ad una pronuncia d’inammissibilità risulterebbe a nostro avviso – anche per gli altri motivi sopra evocati – necessario nei casi (come quello della decisione in commento) in cui la Corte omette di verificare in modo esplicito la compatibilità delle norme oggetto di giudizio con i parametri costituzionali evocati nell’ordinanza di rimessione.

Peraltro, se la Corte, nella sentenza in esame, avesse operato simili valutazioni in merito alla incostituzionalità delle norme censurate, si sarebbe senz’altro potuto ricavare qualche elemento in più per fare chiarezza sulla sostanziale questione attinente alle modalità e ai criteri con cui ricercare e manifestare le volontà del beneficiario di amministrazione di sostegno.

La soluzione adottata dal Giudice delle leggi, da ultimo, presenta un ulteriore inconveniente, dato dal fatto che l’impatto della decisione sul sistema è, necessariamente, piuttosto ridotto. La Corte, infatti, sembra aver deciso di rimanere entro i confini già tracciati dal legislatore e dalla pregressa giurisprudenza costituzionale e di legittimità. Le ragioni di tale scelta sono da ricercarsi, probabilmente, in equilibri afferenti la discrezionalità legislativa. Le lacune e le ambiguità che caratterizzano l’articolo 3 della l. n. 219 del 2017 rendono però la ricerca di un «bilanciamento tra esigenze protettive e rispetto dell’autonomia individuale»[44] sempre più difficile e incerta. Nell’attesa di un nuovo intervento legislativo in materia, la Corte costituzionale avrebbe potuto forse spingersi oltre, lasciando comunque intatta la sfera di discrezionalità del legislatore.

In definitiva, non può dunque che auspicarsi, per il futuro, una maggiore attenzione della Corte costituzionale rispetto alla scelta della tipologia di decisione e, soprattutto, alla correlazione che deve intercorrere tra questa e il contenuto della decisione stessa.

Camilla Storace

Dottoranda di ricerca in Governo e istituzioni presso l’Università degli Studi Roma Tre



[1] Ad esempio, un profilo di sicuro interesse – che però non affronteremo in questa sede – è quello relativo al possibile “carattere prematuro” della questione di legittimità costituzionale. Il giudice tutelare di Pavia, infatti, ha sollevato quest’ultima quando all’amministratore di sostegno non era stata ancora attribuita la rappresentanza esclusiva del paziente in àmbito sanitario. Ben si potrebbe, dunque, sostenere che, nel momento in cui l’ordinanza di rimessione è stata adottata, le norme censurate non fossero (ancora) applicabili al caso di specie, venendo così a mancare il requisito della rilevanza. Da qui la possibile “prematurità” della questione.

[2] Cfr. Corte cost., sent. n. 390 del 2008, in questa Rivista, 2008, 4580 ss.; Corte cost., sent. n. 241 del 2015, in questa Rivista, 2015, 2201 ss.

[3] Cfr. Corte cost., sent. n. 140 del 2013, in questa Rivista, 2013, 2135 ss.; Corte cost., sent. n. 60 del 2014, in questa Rivista, 2014, 1292; Corte cost., sent. n. 240 del 2018, in questa Rivista, 2018, 2752 ss.

[4] Cfr. Corte cost., ord. n. 173 del 2011; Corte cost., ord. n. 179 del 2014, in questa Rivista, 2014, 2820 ss.; Corte cost., ord. n. 237 del 2018.

[5] Cfr. Corte cost., sent. n. 301 del 2003, in questa Rivista, 2003, 2619 ss. con nota di A. Pertici; M. Atelli; Corte cost., sent. n. 2 del 2008 in questa Rivista, 2008, 7 ss. con nota di A. Pastorelli.

[6] M. Ruotolo, Quando il giudice deve “fare da sé”, in Questione giustizia, 22 ottobre 2018.

[7] In base a tale distinzione (sulla quale v., da ultimo, A. Ruggeri, A. Spadaro, Lineamenti di giustizia costituzionale, Torino 2019, 189 s.) le “sentenze interpretative di rigetto”, recando nel dispositivo la formula “nei sensi di cui in motivazione”, sarebbero «“vincolanti” sia nella motivazione che nel dispositivo»; al contrario, le “sentenze di rigetto interpretative” (dette anche occulte o mascherate), non contenendo nel dispositivo la formula “nei sensi di cui in motivazione”, sarebbero “non vincolanti” nel dispositivo in quanto l’interpretazione alternativa proposta dalla Corte sarebbe «fornita solo nella motivazione» (ibidem).

[8] Secondo tale distinzione, le “pronunce interpretative correttive” sono quelle in cui «l’interpretazione ‘corretta’ non è mirata a superare il dubbio di costituzionalità, ma rimane essenzialmente sul piano dell’interpretazione ordinaria che è ‘orientata’ dai comuni canoni esegetici verso la scelta di quel significato normativo più plausibile tra quelli che potenzialmente esprime la disposizione interpretata» (G. Amoroso, I seguiti delle decisioni di interpretazione adeguatrice della Corte costituzionale nella giurisprudenza di legittimità della Corte di Cassazione, in Riv. trim. dir. pubbl., 2008, 777); le “pronunce interpretative adeguatrici” sono invece quelle nelle quali «l’interpretazione prescelta, dettata da ragioni di adeguamento costituzionale, è quella scaturente dal confronto della legge impugnata con la Costituzione» (A. Anzon, Interpretazione «corretta» e interpretazione «conforme a Costituzione» del regime delle rogatorie internazionali, in questa Rivista, 2002, 2427 ss).

[9] Ibidem. V. anche M. Ruotolo, L’evoluzione delle tecniche decisorie della Corte costituzionale nel giudizio in via in incidentale, in Rivista Aic, n. 2/2019, 650, il quale sembra nutrire alcune perplessità rispetto a talune «schematizzazioni ‘spinte’» elaborate in dottrina.

[10] Il che, sotto altro profilo, induce altresì ad assimilare la sent. n. 144 del 2019 ad un “rigetto interpretativo” (o, come alcuni preferiscono, ad un “rigetto con interpretazione”), dal momento che l’assenza, nel dispositivo, della succitata formula (o di una analoga) costituisce il principale elemento caratterizzante nella distinzione tra pronunce interpretative di rigetto e pronunce di rigetto interpretative.

[11] Peraltro alcune sentenze, pur potendo essere astrattamente ricomprese nell’àmbito delle “adeguatrici”, non recano nel dispositivo la formula «nei sensi di cui in motivazione» (cfr., ad es., Corte cost., sent. n. 232 del 2017, in questa Rivista, 2340 ss. con nota di F. Saitta; Corte cost., sent. n. 272 del 2017, in questa Rivista, 2017, 2970 ss. con nota di S. Niccolai).

[12] G. Amoroso, L’interpretazione «adeguatrice» nella giurisprudenza costituzionale tra canone ermeneutico e tecnica di sindacato di costituzionalità, in Foro it., 1998, 100.

[13] A. Anzon, op. ult. cit., 2427.

[14] G. Sorrenti, L’interpretazione conforme a Costituzione, Milano 2006, 222.

[15] Cfr. G. Amoroso, op. ult. cit., 100.

[16] Ibidem. Spiega, infatti, l’Autore, che «l’interpretazione ‘esatta’ accolta dalla Corte in luogo di quella fatta propria dal giudice rimettente è in fondo analoga ad un’interpretazione ‘adeguatrice’».

[17]Com’è stato autorevolmente osservato, infatti, «l’aver esperito tutti i mezziinterpretativi per “adeguare” il disposto legislativo alla norma costituzionale può [anche] sortire l’effetto di “correggere” l’interpretazione dell’enunciato legislativo [...] proprio nel senso auspicato dalla parte che ha sollevato nel giudizio c.d. principale la quaestio legitimitatis» (F. Modugno, Sulla specificità dell’interpretazione costituzionale, in Id., Scritti sull’interpretazione costituzionale, Napoli 2008, 258).

[18] A. Bonomi, Alcuni spunti sulle “tipologie” decisorie adottate dalla Corte costituzionale a seguito dell’accertamento dell’erroneità del presupposto interpretativo fatto proprio dal giudice a quo, in Forumcostituzionale.it, 2013.

[19] C. Lavagna, Ricerca sul sistema normativo, Milano 1984, 533 s.

[20] A. Anzon, “Diffusione” del controllo di costituzionalità o “diffusione” del potere di attuazione giudiziaria della Costituzione?, in E. Malfatti, R. Romboli, E. Rossi (a cura di), Il giudizio sulle leggi e la sua “diffusione”, Torino 2002, 379 s. A tal proposito occorre precisare come quanto qui affermato non voglia costituire una presa di posizione da parte di chi scrive sulla questione della specificità dell’interpretazione costituzionale, che meriterebbe una ben più approfondita riflessione e che, peraltro, ci spingerebbe anche ad affrontare la complessa problematica della distinzione tra il “metodo giuspositivista temperato” e quello della “interpretazione per valori” (su cui v. i contributi di Alessandro pace e Franco Modugno pubblicati, rispettivamente, nei fascicoli n. 2/2006 e 3/2005 di Costituzionalismo.it, entrambi col titolo Interpretazione costituzionale e interpretazione per valori). Ci si limiterà, allora, a ricordare come, in dottrina, esistano (almeno) due posizioni al riguardo. La prima muove dal presupposto che l’interpretazione costituzionale non presenti alcuna specificità che valga a distinguerla dalla comune interpretazione sistematica dei testi normativi (v. ad es. G. Guastini, L’interpretazione dei documenti normativi, Milano 2004, 270 ss.). La seconda, ritiene invece che «l’interpretazione costituzionale [sia] [...] qualitativamente divers[a] dalla comune interpretazione degli atti normativi» (F. Modugno, op. ult. cit.) per varie ragioni che poggiano, principalmente, sulle peculiarità che caratterizzano le disposizioni costituzionali rispetto alle altre disposizioni normative (cfr. G. U. Rescigno, Interpretazione costituzionale e positivismo giuridico, in G. Azzariti (a cura di), Interpretazione costituzionale, Torino 2005, 17 ss.). Non potendo dilungarci oltre sul tema si rimanda, per ulteriori approfondimenti anche di carattere bibliografico, all’ampio lavoro di T. Guarnier, Interpretazione costituzionale e diritto giurisprudenziale, Napoli 2014, 1 ss.

[21] L. Paladin, Diritto costituzionale, III ed., Padova 1998, 779 s.

[22] Cfr., ad es., Corte cost., sentt. nn. 60 del 2014 e 106 del 2016.

[23] La nota espressione è di L. Elia, Modeste proposte di segnaletica giurisprudenziale, in questa Rivista, 2002, 3688 ss.

[24] In tal senso ex multis M. Ruotolo, Quando il giudice deve “fare da sé”, cit.

[25] V., da ultimo (e sempre in materia di amministrazione di sostegno) Corte cost., sent. n. 114 del 2019.

[26] A. Bonomi, op. cit.

[27] Cfr. G. Amoroso, I seguiti delle decisioni, cit., 773.

[28] Cfr. M. Ruotolo, op. ult. cit, che criticando la prassi giurisprudenziale dell’impiego di pronunce infondatezza in ipotesi di erroneo presupposto interpretativo osserva che «se la ricostruzione del dato normativo si fonda davvero su un erroneo presupposto interpretativo, la Corte non dovrebbe entrare nel merito della questione». Secondo l’Autore, nell’utilizzo della tipologia decisoria dell’infondatezza si cela una confusione logica e terminologica «tra l’ipotesi in cui il giudice abbia esperito senza successo il tentativo di pervenire a una soluzione ermeneutica compatibile con il testo costituzionale e il caso in cui abbia commesso un errore nella interpretazione della disposizione che si riverberi irrimediabilmente sulla questione prospettata».

[29] Sebbene manchino, tuttavia, «criteri sufficientemente precisi per determinare quando e a quali condizioni possa dirsi sussistere la situazione di manifesta infondatezza» (E. Malfatti, S. Panizza, R. Romboli, Giustizia costituzionale, Torino 2016, 132).

[30] A tal proposito v. M. Ruotolo, op. ult. cit., il quale invece ammette che l’erroneità del presupposto interpretativo possa condurre, «a seconda dei riflessi» dell’errore, anche ad una dichiarazione di manifesta infondatezza della questione.

[31] Ord. n. 116 del 2018.

[32] Artt. 404 ss. c.c. In generale, sull’istituto dell’amministrazione di sostegno v., tra gli altri, P. Cendon, voce Amministrazione di sostegno (profili generali), in Enc. Dir., Annali, vol. VII, Milano 2014, 21 ss.

[33] Cons. dir. § 5.3.1.

[34] Cons. dir. § 5.1.1.

[35] Con riferimento al diritto alla salute e all’integrità della persona incapace v., ex multis, A. Gorgoni, Autonomia del beneficiario e amministrazione di sostegno, Padova 2012, 202 ss.

[36] Come riconosciuto per la prima volta dalla Corte cost. nella sent. n. 438 del 2008, in questa Rivista, 2008, 4945 ss. con note di R. Balduzzi; D. Paris; C. Coraggio; D. Morana. Sul percorso che ha condotto alla positivizzazione del principio del consenso informato nella l. n. 219 del 2017 v. U. Adamo, Costituzione e fine vita: disposizioni anticipate di trattamento ed eutanasia, Milano 2018, 81 ss.

[37] Il che tuttavia non esclude che, come opportunamente osservato da V. Onida, La Corte e i diritti, in L. Carlassare (a cura di), Il diritto costituzionale a duecento anni dall’istituzione della prima cattedra in Europa, Padova 1998, 187 ss., la Corte costituzionale possa esercitare una funzione – anch’essa, in qualche modo, nomofilattica – diversa e parallela rispetto a quella svolta dalla Corte di Cassazione.

[38] In tal senso B. Vimercati, Consenso informato e incapacità, Milano 2014, 206.

[39] Cfr. Tribunale di Torino, 22 maggio 2004.

[40] Cfr. Tribunale di Roma, 21 dicembre 2005 in cui viene fatta salva ogni decisione dei medici che hanno in cura il paziente.

[41] Cass. civ., sez. I, sent. 16 ottobre 2007, n. 21748.

[42] La Corte di Cassazione aveva infatti sottolineato che il tutore deve decidere «non “al posto” dell’incapace, né “per” l’incapace ma “con” l’incapace: quindi ricostruendo la volontà del paziente incosciente [...] tenendo conto dei desideri da lui espressi prima della perdita di coscienza, ovvero inferendo quella volontà dalla sua personalità, dal suo stile di vita, dalle sue inclinazioni, dai suoi valori di riferimento [...]». L’intervento del giudice si sostanzierebbe invece nell’autorizzare o meno la scelta compiuta dal tutore verificando attraverso un giudizio di ragionevolezza che essa sia realmente espressiva della voce del rappresentato. Tale percorso argomentativo non risolve tuttavia i dubbi che questa complessa tematica inevitabilmente suscita. In effetti, «il riferimento alla “personalità” del soggetto, al suo “stile di vita”, ai suoi “convincimenti” (se non direttamente comunicati e testimoniati) rischia di allargare troppo (e, perciò, paradossalmente di assottigliare) la linea giustificativa della volontà e dell’autodeterminazione, di renderla ‘indiretta’, in qualche misura contraddicendo le (o fuoriuscendo dalle) stesse premesse del ragionamento del Giudice di legittimità» (A. D’Aloia, Al limite della vita: decidere sulle cure, in Quad. cost., n. 2/2010, 260).

[43] Cfr. A. Bonomi, op. cit.

[44] Cfr. Cass. civ., sez. I, ord. 28 febbraio 2018, n. 4709.

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